Quando il Web fa in briciole il potere. Una grande lezione di democrazia dalla Rete

marzo 27th, 2010

di Massimiliano Curzi

Il Web fa saltare il bavaglio imposto dalla politica all’informazione. Giovedì 25 marzo, la trasmissione di Michele Santoro dal Paladozza di Bologna ha raggiunto picchi di oltre tre milioni di ascoltatori, tra radio, tv locali e streaming on line. Solo via Web, 125.000 accessi unici contemporanei riducono in briciole l’irrisoria manifestazione del sabato precedente in piazza S. Giovanni a Roma, dove hanno pasturato con la consueta insolenza – e l’ormai fatidica corte dei miracoli al seguito – poco più di 100.000 persone, contrabbandate per un milione a dispetto delle dichiarazioni ufficiali della Questura locale (che, fino a prova contraria, dipende dallo stesso Ministero dell’Interno).

Il punto non è la condivisione o meno delle idee espresse da Santoro & Travaglio (peraltro, molto meno uniti di quanto sembra, come si è visto nelle settimane scorse). In gioco è la legittimità  di una classe politica ad impronta sempre più personalistica, che pretende di fare il bello e il cattivo tempo sull’informazione, proprio mentre il Garante ne sanziona i TG per l’eccessivo spazio tributato a chi ne rivendica ormai il totale controllo al di fuori delle pur minime regole del gioco.

Così, la risposta mediatica e popolare è suonata come un vero e proprio contrappasso: contro chi, come l’ex ministro Giuliano Urbani, ha partorito la legge più liberticida per l’informazione via Web; contro quanti, come l’ex ministro Martino e l’attuale ministro Tremonti, giubilavano sui fasti della globalizzazione e dei paradisi fiscali, salvo presentarsi all’indomani della crisi come i loro più strenui antagonisti, l’unica seria forma di globalizzazione rimasta in piedi – cioè  il World Wide Web – ha dimostrato senza mezzi termini che finalmente il re è nudo. E che si è anche rifatto.

Posted from Rome, Lazio, Italy.

marzo 5th, 2010

di Massimiliano Curzi

Il “listino” Polverini per le amministrative di Roma non è stato salvato in extremis dal Tar (che ha respinto la richiesta di sospensiva cautelare ma si è riservato di valutare nel merito il ricorso del PdL), mentre in Lombardia il nodo amministrativo è stato sciolto a favore dell’inossidabile Formigoni, candidato per la terza volta alla Regione nelle liste del PdL. Frattanto il Governo ha trovato il modo di lasciar filtrare l’ennesimo provvedimento ad hoc, stavolta ribattezzato “salvaliste” nel segno della consueta decretazione d’urgenza, ormai talmente urgente da rendere forse superflua la sua futura conversione in legge ad elezioni concluse, poiché cambiare le regole quando no si è  più in corsa non sarebbe altrettanto divertente.

Fra tanta spudoratezza, hanno fatto benissimo i radicali ad annunciare querela contro il ministro La Russa per le dichiarazioni francamente ingiuriose rivolte contro il partito di Emma Bonino, a prescindere da simpatie o antipatie riguardanti l’antagonista della Polverini nel Lazio. E, tra una telefonata censoria e l’altra, a una simile azione penale si espone anche il capo del Governo (se non fosse per il suo ennesimo progetto di legge ad personam sul legittimo impedimento) quando afferma che agli incaricati del PdL è stato impedito di entrare nell’ufficio competente per il deposito delle liste, davanti al quale sarebbero rimasti in attesa già da 20 minuti prima della chiusura. Se fosse vero, male hanno fatto i suoi incaricati a non sporgere denuncia per omissione d’atto d’ufficio. Ma se non è vero – come è quasi certo – Berlusconi andrebbe perseguito per calunnia, legittimo impedimento permettendo. E tutto ciò mentre la Regione Lazio ha depositato un ricorso per sottoporre al giudizio di costituzionalità il nuovo decreto salvaliste.

In poche parole, il caos generato dall’inettitudine: chi si fida di politici talmente mediocri da non essere capaci neanche di rispettare una scadenza di estrema semplicità? Immaginiamoli a fare i conti con le scadenze per i finanziamenti dell’Unione Europea, o alle prese con problemi altrettanto seri come il rientro dei conti dissestati della sanità laziale (frutto anche delle cartolarizzazioni della ex giunta Storace, oltreché del disordine finanziario lasciato in eredità dalla Giunta Marrazzo).

Inoltre, come ha fatto notare più di un attento osservatore, il paradossale invito del presidente del Senato a far prevalere la sostanza sulla forma è provenuto da uno schieramento – la PDL- che ha sempre fatto della legalità (più formale che sostanziale) il suo punto di forza, e che ora pretende di venirci a raccontare l’esatto contrario. Che l’Italia sia il paese dell’incoerenza, è risaputo. Che debba divenire anche quello della demenza, è sempre più ad alto rischio.

Caso Mills, la Cassazione mette la pietra tombale sulla disinformazione della stampa filogovernativa

febbraio 27th, 2010

di Massimiliano Curzi


Non esistono parole per descrivere adeguatamente la disinformazione che testate come “Il Giornale” rovesciano addosso all’opinione pubblica italiana. In un articolo presente al seguente link (http://www.ilgiornale.it/interni/ma_sinistra_prescrizione_diventa_mezza_condanna/27-02-2010/articolo-id=425336-page=0-comments=1) l’autore, Claudio Borghi, pretende di spiegarci che la sentenza di proscioglimento per il reato contestato all’avvocato Mills (corruzione di testimoni) è un “non doversi procedere” (art.531 cod.proc.pen.) per cui l’illecito penale non è mai stato accertato né mai lo sarà, stante il vincolo della prescrizione che impedisce al giudice di spingersi oltre ed esaminare la consistenza del fatto di reato. Nulla di più falso.

Infatti l’estinzione del reato può essere dichiarata o in sede di udienza preliminare (sotto forma di non luogo a procedere) o in sede di udienza dibattimentale (ed è il cosiddetto “non doversi procedere”). Se l’estinzione del reato è dichiarata in dibattimento, cioè quando il processo è pervenuto al culmine, il giudice non si limita a riconoscere la prescrizione, che di per sé potrebbe anche nuocere all’imputato, magari interessato a un’assoluzione con formula piena. La sentenza che proscioglie Mills  a tutti gli effetti una sentenza di merito, come da sempre si insegna nelle università e nei testi processuali. Il che è intuitivo anche a rigor di logica: non si può dichiarare estinto un reato se prima non se ne accerta la sussistenza. Ma l’uso della logica sembra “capzioso” all’autore dell’articolo. Chissà come sarà abituato a fare nel resto della vita professionale.

In definitiva, Mills è stato assolto in sede dibattimentale solo grazie alla cosiddetta legge ex Cirielli, emanata a bella posta sotto il precedente Governo Berlusconi, guarda caso accusato di essere il mandante del reato attribuito all’avvocato inglese. In particolare, la ex Cirielli ha abbreviato i termini di prescrizione dei reati. Probabilmente Borghi, le cui conoscenze giuridiche ignoriamo sempre meno di quanto sia lui a fare, trascura che la gradualità delle formule terminative alla base dell’emanazione di qualsiasi sentenza impone al giudice di pronunciarsi sulla eventuale insussistenza del fatto qualora essa emerga a prescindere dalla prescrizione del reato, anche perché l’autore di un reato prescritto è comunque responsabile ai fini civili (cioè del risarcimento) per le conseguenze delle sue azioni. Ed è proprio quanto è stato accertato dal proscioglimento a favore di Mills, per cui l’avvocato inglese è stato comunque condannato al risarcimento danni nei confronti dello Stato. Ma se, come ha detto lo stesso Berlusconi qualche giorno fa mentre con l’altra mano respingeva le dimissioni del sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino (per il quale la Camera ha già disgraziatamente declinato una prima richiesta di arresto avanzata dalla magistratura) ci vogliono nuove norme che impediscano la candidatura di chi è accusato di illeciti penali, come bisogna considerare l’assoluzione di un uomo condannato soltanto a risarcire lo Stato in base a una legge fatta emanare da chi era accusato di averlo corrotto?

Diceva di voler «dare serenità alle famiglie siciliane»: in appello gli hanno dato 7 anni di reclusione, confermati in Cassazione

febbraio 6th, 2010

 

 

di Massimiliano Curzi

In appello è andata proprio male all’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro (ora senatore UDC), che nei dibattiti pubblici si difendeva dalle fioccanti accuse di connivenza mafiosa con la stessa  tempra esibita di recente dal sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino (PDL), a carico del quale è invece pendente un procedimento penale per cui la Camera di appartenenza – in modo tutt’altro che onorevole – ha già respinto l’autorizzazione a procedere.  Mentre a Cuffaro la corte d’appello di Palermo ha inflitto a fine gennaio 7 anni di carcere per violazione del segreto istruttorio e favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa Nostra. A gennaio 2011 è anche arrivata la conferma della Cassazione. Dunque, capitolo chiuso. Contro Cuffaro era in corso un ulteriore procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa, per il quale è stata chiesta l’archiviazione.

Insomma, Totò “vasa vasa”, così ribattezzato per via dei frequenti abboccamenti con personalità vicine ai clan mafiosi in occasione di matrimoni e funerali, è stato condannato insieme a Michele Aiello – l’ex re Mida della sanità privata siciliana – contro cui la pena irrogata è stata ancor più severa: 15 anni di reclusione per aver costituito una rete di informatori demandati a procurarsi notizie riservate sulle indagini antimafia. La svolta è stata offerta dalla cattura del boss Bernardo Provenzano, nel 2006. Di lì a poco emerse ad esempio che la clinica “Santa Teresa” di Bagheria, considerato un polo di eccellenza per la diagnosi dei tumori (in una regione in cui dalle liste di attesa per la diagnosi tumorale non si smaltiscono in media più del 30% delle richieste annue) stimato 10 milioni di euro, era stata costruita da Aiello con il denaro generosamente elargito da Provenzano. Un fatto che già di per sé adombrava  il riciclaggio di capitali illeciti e il concorso esterno in associazione mafiosa.   Intanto Provenzano era ancora latitante, e a sfuggire alla cattura lo aiutarono una serie di soffiate che anticipavano luoghi di intercettazione e appostamenti: microspie che, secondo l’accusa, avevano integrato un vero e proprio sistema di controspionaggio da parte di Cosa Nostra sull’antimafia. Ad opera di Michele Aiello. Del resto si sa che da uomini d’onore certi favori si pagano, se non in moneta quantomeno in gratitudine. E che già nel 1993, un “pizzino” ritrovato nelle tasche di Totò Riina era destinato a Michele Aiello.

La posizione di Aiello ha iniziato a delinearsi nella sua gravità  quando Nino Giuffrè, un pentito chiamato a deporre nel processo di Milano contro le cosiddette talpe dell’antimafia (2005), ha spiegato per filo e per segno quale fosse il motivo per cui Provenzano scelse di appoggiare Cuffaro nelle elezioni amministrative del 2001. Il tramite erano i servigi di Aiello. L’esito ormai lo conosciamo, sia pur in parte. Ecco forse perché, a poche settimane dalla condanna inflitta a Cuffaro divenuto frattanto un parlamentare, la maggioranza depositava in Parlamento un disegno di legge sulla restrizione della validità indiziante dovuta alle dichiarazioni dei pentiti. Senza dimenticare che nella Sicilia del dopo Cuffaro, il nuovo presidente Lombardo ha dovuto azzerare la sua giunta regionale dicendo che «la casa va rasa al suolo, serve lealtà» (25-5-2009). È difficile lavorare se si è stati ricattabili fino all’altroieri. Speriamo che nel frattempo qualcun altro non riesca a radere al suolo la giustizia italiana.

 

Se gli immigrati salveranno Rosarno, chi salverà loro?

gennaio 9th, 2010

di Massimiliano Curzi

Il 7 luglio 2009 si era svolto a Cinquefrondi (RC) un interessante incontro sui temi dell’accoglienza, dell’immigrazione e dell’integrazione: ne aveva dato motivo la presentazione di un libro (Gli immigrati salveranno Rosarno. E probabilmente anche l’Italia, ediz. Terre Libere) il cui solo titolo al giorno d’oggi fa masticare amaro. Roberto Saviano, tra coloro che allora espressero maggior apprezzamento per le idee che vi erano contenute, all’indomani dei violenti scontri tra immigrati e cittadini di Rosarno   non ha affatto cambiato idea: «Gli immigrati sembrano avere un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso».

È forse ora di ammettere apertamente che nelle parole di Saviano c’è un alto tasso di retorica, pur inconsapevole. Il fatto di aver scritto un libro coraggioso non gli dà il diritto di tramutare in verità i paradossi né, all’opposto, di rendere culturalmente apprezzabili le ovvietà (come quando parla di bellezza ed inferno). L’aspettativa che qualcuno riscatti dall’esterno un territorio e la sua popolazione dal suo degrado socioeconomico e civile rappresenta un’idea non soltanto infondata, ma che avrebbe vita breve anche qualora vi fossero buone speranze di realizzarla. A ben vedere, si tratta dell’altra faccia del modello fallimentare relativo alla cosiddetta esportazione di democrazia, declinata in senso inverso: dal più povero al più ricco. Non ha funzionato dall’Occidente verso altri paesi e culture, al punto che la si è giustamente ritenuta violenta e controproducente, quindi non si vede perché mai dovrebbe funzionare in senso opposto o mediante l’azione popolare in luogo dell’intervento istituzionale.

Tra chi pensa che gli immigrati siano peggiori di noi – gran parte del centrodestra, e in primo luogo la Lega – e chi pensa che siano migliori – alcune forze cattoliche, gran parte della sinistra specie extraparlamentare, e diversi intellettuali – ci sono loro, i migranti veri, quelli che non sono né migliori né peggiori degli italiani. Quelli che non arrivano per combattere battaglie ideologiche o riscattare popolazioni in degrado – nel qual caso, riscatterebbero le loro nei paesi d’origine – ma più semplicemente per guadagnare e avere un tetto sulla testa; quelli che spesso non hanno alcuna consapevolezza politica perché provengono da paesi in cui la politica è corruzione e repressione indiscriminata; quelli che hanno appena cognizione dei loro diritti sociali poiché il mercato del lavoro da cui provengono è praticamente inesistente, e così si ritrovano da clandestini in Italia a lavorare per 20 euro a giornata mentre parte della popolazione locale  ha persino la spudoratezza di  venirci a raccontare – come è avvenuto alla troupe de La vita in diretta, prima che venerdì 8 gennaio fosse aggredita da alcuni abitanti di Rosarno – che tutto sommato quei migranti erano pagati in modo dignitoso. Frasi pronunciate da chi evidentemente la dignità non sa cosa sia.

Silvio Berlusconi e l’arsenale del nuovo “partito dell’amore”

gennaio 5th, 2010

di Massimiliano Curzi

Siamo arrivati alla prima decade del nuovo Millennio, e dopo il lancio del Duomo nei pressi dell’omonima piazza abbiamo assistito a un fine 2009 da incubo in stile seconda Repubblica: riedizioni del “partito dell’amore” di stalleriana memoria proprio nell’anno in cui a una pornostar deceduta si è persino deciso di dedicare un film, e – tra un primo e un metaforico secondo tempo – ex piduisti in Parlamento che bersagliano verbalmente ex magistrati, gesti di teppismo contrabbandati per eversione, mafiosi elevati al rango di eroi nazionali  e presidenzialismo strisciante nelle (contro)riforme appena dietro l’angolo.

Non che sul piano internazionale ci sia da rallegrarsi: il fallito attentato sull’areo per Detroit crea una striscia continua di allarmismo mediatico sulle TV straniere molto più che sulle nostre, dove serve solo a rilegittimare la xenofobia di gran parte del centrodestra (e anche della nuova alleanza di centro, a quanto pare).  Frattanto, proprio per mantenersi fedeli alla nuova linea del partito dell’amore, uno dei due principali quotidiani filogovernativi definisce l’onorevole Casini «un mercenario» mentre in prima pagina un articolo di taglio basso collega pedagogicamente il successo professionale alle punizioni corporali subìte da piccoli, in grado di temprare il carattere.

Dal canto suo, l’altro quotidiano molto vicino ad apparire come la voce di Arcore appena qualche giorno fa invocava la repressione contro l’immigrazione  islamica: ma di questo in un certo senso abbiamo già detto. Da ultimo, va ricordato che circa un anno fa a Mosca veniva uccisa da un sicario a colpi di arma da fuoco la cronista Anastasia Baburova, collaboratrice dello stesso giornale di Anna Politkovskaia. Aveva appena 25 anni e doveva laurearsi in giornalismo. Che c’entra ricordarlo? C’entra perché, in questo smemorato paese, non si rammentano neanche le verità innegabili come quella per cui durante l’èra Putin (ancora inconclusa) vi è stato in Russia  il numero più alto di omicidi politici dopo l’era staliniana. Ora, Silvio Berlusconi si è sempre vantato della sua amicizia con Putin rinnovandogli costantemente la sua stima, politica e non. Ovviamente, da strenuo anticomunista, poiché Putin era un ex agente del KGB. Un bell’esempio di lungimiranza nel segno del partito dell’amore.

Che cosa rischiano le due educatrici dell’asilo nido di Pistoia? Al massimo quattro anni di carcere. Cioè nulla

dicembre 9th, 2009

tuttiinsieme

di Massimiliano Curzi

Per fortuna che ci sono le intercettazioni, e che nessuno dell’attuale maggioranza è ancora riuscito a limitarle ai casi in cui risultano già sussistenti gravi indizi di reato. Nel qual caso, ogni intercettazione perderebbe il suo scopo: invece sappiamo che a Pistoia c’era un asilo nido di educatrici  senza scrupoli che maltrattavano crudelmente alcuni dei bambini loro affidati. E a questo proposito, diciamolo apertamente: se fatti di questo genere hanno potuto verificarsi, è anche a causa del malinteso senso dell’ordine di alcune famiglie locali. Altre due educatrici avevano abbandonato l’asilo per contrasti sui metodi educativi applicati. Tutto ciò avrebbe dovuto mettere in guardia almeno una parte delle famiglie. Alcune delle quali hanno invece dichiarato di aver scelto proprio quell’asilo per i loro figli poiché era noto che lì «si insegnava la disciplina». Ma che senso ha parlare di disciplina con riferimento a bambini di 2 o 3 anni? Per la disciplina basta la scuola dell’obbligo, che a dire il vero dovrebbe insegnare le regole, e non la disciplina fine a se stessa.

Comunque sia, considerata la probabile accusa, cioè il reato di maltrattamenti verso fanciulli (art 572 c.p.), la pena massima è di 5 anni di reclusione. Ma se l’attenuante generica (dovuta al fatto che le maestre sono incensurate) fosse ritenuta prevalente su altre eventuali aggravanti, spetterebbe alle due educatrici la riduzione di un terzo della pena. In pratica, se la caverebbero con poco più di tre anni di carcere. Se poi chiedessero di essere giudicate con rito abbreviato e la richiesta fosse accolta, spetterebbe loro un’ulteriore riduzione di pena, pari a un altro terzo della sanzione prevista. In pratica si scenderebbe pericolosamente verso la soglia dei 2 anni di pena, cioè quella passibile di indulto (retroattivo), grazie alle discutibili innovazioni introdotte dall’attuale Parlamento: neanche un giorno di carcere. Inoltre se pure la pena inflitta fosse al di sopra dei 2 anni ma contenuta entro i 4,  le due donne potrebbero chiederne la sospensione ottenendo  l’irrogazione di una misura alternativa alla detenzione; ancora una volta, niente carcere. Per ora il giudice competente ha confermato solo la custodia cautelare in carcere, respingendo l’stanza di arresti domiciliari da parti dei legali delle due donne coinvolte. Almeno sotto quest’aspetto, la giustizia sembra fare il suo corso senza sconti. Perché due donne così possiamo anche smettere di chiamarle educatrici. Ma uno Stato che non sa difendere i soggetti più deboli ha cancellato ogni traccia di civiltà dal proprio presente.

Ritirato l’emendamento contro il taglio della cassa integrazione agli extracomunitari. E per ora il ministro Gelmini dice no al tetto di studenti immigrati nelle classi scolastiche

dicembre 2nd, 2009

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In un colpo solo, il partito più conservatore d’Italia incassa due battute d’arresto nella sua ideologica battaglia contro la presenza di extracomunitari sul territorio italiano: mentre giacciono davanti alla Corte Costituzionale diverse questioni di costituzionalità riguardanti il nuovo testo di legge sulla sicurezza, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini rinvia l’ipotesi di dettare un limite alla presenza di alunni extracomunitari nelle scuole italiane (si era parlato di un 30%), e al contempo viene respinta al mittente la proposta di abbreviare la cassa integrazione dei lavoratori immigrati, inizialmente avanzata sotto forma di emendamento alla legge finanziaria.

Senza dubbio il rifiuto popolare all’edificazione dei minareti in Svizzera doveva aver messo le ali ai leghisti, maestri nel trasformare notizie insignificanti in eventi di portata storico-nazionale. Ma in positivo almeno la Svizzera fa già la sua parte se è vero, come risulta da un recente studio transnazionale, che rappresenta insieme a USA e Canada il paese in cui gli immigrati di seconda generazione hanno maggiori possibilità di avanzamento economico e sociale. Nulla di simile in Italia, da cui emigrano persino le giovani generazioni nostrane.  Sarà forse a causa di quegli stessi rappresentanti istituzionali che sbandierano identità inesistenti, respingono quelle emergenti e rendono perduranti i privilegi che hanno permesso loro un’immeritata ascesa politica.

L’ultimo sabotaggio dei leghisti in Parlamento: emendamento alla finanziaria che riduce a 6 mesi la cassa integrazione per gli immigrati

novembre 28th, 2009

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di Massimiliano Curzi

Chissà quanto tempo occorrerà ancora agli italiani per rendersi conto di chi hanno eletto in Parlamento. Una tra le classi politiche meno trasparenti d’Europa    ( il 19% dei membri del Parlamento è indagato imputato o condannato almeno in primo grado),che percepisce gli stipendi più alti d’Europa e ha il tasso medio di lavoro più basso (non più di quattro giorni a settimana, stando a quanto disse l’onorevole Casini quando era presidente di uno dei rami del Parlamento). E pensare che un esponente dell’attuale maggioranza, invece di preoccuparsi di innalzare la media lavorativa dei suoi colleghi, suggerisce  di abolire la pausa pranzo nelle aziende per aumentare la produttività. Sarà perché tutti i suoi colleghi ne condividono il punto di vista, che nella bouvette della Camera i pasti  dei parlamentari hanno un costo irrisorio? Ne avrebbero uno altissimo se la prevalenza degli onorevoli ne consumasse di meno per innalzare la propria e altrui produttività. Ma evidentemente non è così.

Insomma sembra di essere tornati ai tempi del craxismo, quando le tangenti impazzavano nel cortile di chi diceva fosse necessario fare sacrifici. Allo stesso modo,  spunta ora un emendamento alla finanziaria 2010, in discussione in questi giorni, con cui un esponente leghista propone di ridurre a 6 mesi la cassa integrazione ordinaria per gli extracomunitari.

Oltre alla consueta dose di spudoratezza, la proposta in esame si basa su un presupposto falso quanto ricorrente, cioè che la cassa integrazione sia finanziata dallo Stato e perciò sia un costo sociale. Nulla di più falso: la cassa integrazione ordinaria è pagata con i soldi dei lavoratori, quindi anche con i soldi  degli immigrati che lavorano presso le aziende coinvolte. Nel caso di eventi obiettivamente inevitabili, determinati da una impossibilità sopravvenuta e non imputabile all’imprenditore o ai lavoratori, il trattamento di CIG ordinaria non è sottoposto a limiti di durata. In tutti gli altri casi il trattamento ordinario può essere corrisposto per 3 mesi continuativi (13 settimane), prorogabili eccezionalmente, di tre mesi in tre mesi, fino a 12 mesi complessivi.  È un sistema di questo genere che si vuol manomettere: al contrario, si propone di prendere senza dar nulla in cambio, di accaparrarsi i soldi altrui e spenderli come si vuole, di tagliare le risorse a chi ha meno vincoli con il territorio italiano e distribuirli ai propri elettori. Una logica che non è federalista: è mafiosa.



La controinformazione, o semplicemente quel che ne resta.

novembre 28th, 2009

child world faceBenvenuto in MySlang.eu. Massimiliano Curzi è l’autore di questo blog. Maxcurzi@freehtml.it l’indirizzo per contattarlo. Il blog è in allestimento


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